Top 5 del mese: 4 cose belle e una anche no – maggio 2016

Indice

maggio 2016Ogni mese vi racconto le cose mi hanno colpito: nel bene soprattutto, ma anche nel male.
La sushicake, le amicizie mature, il posto più bello del mondo, la prova costume con barbatrucco e la dipartita di Prince hanno segnato questo maggio 2016.

1° cosa bella – la sushi cakemania

come si fa una sushi cake

Forse non tutti sanno che il sito Cakemania è nato da un’idea della mia amica Marcella Marraro: io facevo la giornalista a tempo pieno e per diletto postavo foto di torte su Facebook, e lei, da brava webdesigner, mi propose di fare insieme un portale per appassionati di dolci.
L’idea era geniale, non c’era niente di simile in rete (e ancora non c’è, in Italia), e la combo perfetta: lei faceva la parte tecnica, io quella di cucina.
La cosa buffa era che a Marcella non piacciono i dolci (SCOOP!), non particolarmente almeno: sì, te ne assaggia un boccone quando gliene porti, ma non si mette a fare torte. Quando si cimenta, in genere, invece di portarle in tavola, le mette nel cestino nascosto sotto il lavello…
Quello che adora oltre ogni limite del ragionevole è invece il sushi: “ci spariamo un sushettino?” è il suo richiamo preferito, e non solo è una formidabile conoscitrice del genere, ma lo sa fare anche molto bene. Una sera, sotto la sua esperta guida e con la mia manovalanza da chi-non-ha-testa-ha-gambe, ne abbiamo fatto tantissimo!

Manine sante!
Manine sante!

Marcella non lavora più a Cakemania da quasi tre anni: una volta ben avviato, c’erano ormai troppe torte e troppo poco webdesign per i suoi gusti.
Ma c’è una torta a cui non poteva resistere, ed è la sushi cake: abbiamo visto un videotutorial e deciso che dovevamo farla insieme, subito.
È risultata buonissima, anzi, una figata pazzesca. È facile da fare e da trasportare, ideale per una cena tra amici.
Ho scritto qui come assemblarla, e i trucchi imparati sul campo per farla riuscire al meglio.

IMG_4245

E dalla sushi-cake mi è nata una (in)sana voglia di trasformare in torta altre le portate che precedono il dolce.
Ho cominciato con il tradizionale cappon magro ligure, che diversamente dalla sushi cake richiede ORE di preparazione: bisogna cuocere separatamente tutte le verdure e i pesci e montarli su una base di “gallette del marinaio”, legando il tutto con una salsa verde speciale.
Non l’ho fatta usando un cerchio per la forma (sarebbe stato più bello), ma l’idea è questa:

capponmagro


Tradizionalmente si mangia la vigilia di Natale, ma nelle buone gastronomie e nei ristoranti genovesi doc si trova tutto l’anno.
La più bella torta di pesce però è la swedish sandwich cake, una versione glorificata dello smörgåsbord scandinavo e del nostro panettone gastronomico che proverò prestissimo:

Swedish-Sandwich-Cake

… strati di tramezzini al salmone e gamberetti, il tutto ricoperto di cream cheese frosting, ovviamente  insaporito con sale e pepe anziché zucchero a velo.

Aspetto la prima festa per farla: se la servissi alla fine, sarebbe un bello scoop. Una giornalista non può resistere a una tentazione simile 🙂

2° cosa bella – le amicizie della maturità

Io e Marcella, quattro anni fa: tanto sushi fatto inieme, un altro metabolismo.
Io e Marcella, quattro anni fa: tanto sushi fatto insieme, un altro metabolismo.

Si dice sempre che gli amici d’infanzia sono quelli che ti sapranno capire per tutta la vita, che basterà uno sguardo e anni di lontananza si elideranno nella complicità subito riconquistata.
Secondo me è vero, ma solo in parte: mi pare un principio buonista e poco realistico.
Funziona se si continua a vivere vicini e a frequentarsi, ma se ci si trasferisce è normale costruirsi nuove abitudini e gusti; crescere in maniera diversa insomma.
Chi giocava con me alle Barbie può capire i principi con cui cresco i miei figli, solo dai vestiti che mettevo a Ken?
Spesso si tratta di amicizie logistiche, nate perché si abitava accanto di casa, o la maestra ci aveva messo accanto di banco il primo giorno di scuola: non da affinità elettive vere, insomma.
È vero che basta una parola condivisa per scoppiare a ridere e ricordare vecchie esperienze, ma è sufficiente a capirsi davvero? A volte sì, a volte no.
Ho visto persone negarsi l’opportunità di creare nuovi legami come se avessero raggiunto la quota-amicizie a 15 anni. E in effetti uno studio recente sostiene che a 25 anni si smette di essere veramente aperti all’idea di trovare nuovi amici.
Che spreco di risorse umane: la vita è fatta di cicli, e ogni ciclo è ricco di chance per scoprire nuovi interessi e quindi nuove gioie!
Nel mio caso, negli ultimi anni ho avuto la fortuna di incontrare Marcella, su cui posso contare come se fossimo nate nella stessa strada e se la maestra ci avesse messo accanto il primo giorno della prima elementare, e con cui mi faccio delle risate così grasse che dovrei mettermi a dieta dopo ogni chiacchierata su Skype.
È un’amicizia speciale, ma non è la sola. Solo negli ultimi mesi ho conosciuto tre ragazze (passatemi il termine, tra coetanee ci chiamiamo così) che mi piacciono moltissimo: Eva, Maria Cristina e Samanta. Abbiamo lavorato insieme, mangiato insieme, riso tantissimo insieme; soprattutto: siamo in sintonia.
Veniamo da posti e storie diverse, ma ci siamo trovate e scelte da sole. E questo fa la differenza, forse ancora di più nella mezza età.

3° cosa bella – il posto più bello del mondo

Nervi a maggio

A maggio, quando il sole scalda i colori e i fiori, e il pitosforo, le acacie e le zagare fanno girare la testa con il loro profumo, chi cammina con me mi sente esclamare spesso “QUESTO E’ IL POSTO PIU’ BELLO DEL MONDO!”.
Certo, abitare sulla riviera ligure aiuta la causa del posto più bello del mondo. Ma lo dico e lo penso dovunque mi trovi: il merito è di maggio.
Mi sento il cuore gonfiarsi di gioia quando vedo i tigli coperti di foglie nuove, i bambini che corrono ai giardinetti con le magliette sporche di gelato, i primi bagnanti stesi sulla spiaggia e l’odore delle loro creme e dei loro olii sale fin sulla strada.
Li guardo e penso: ora mi metto anche io in costume e mi scaldo al sole come una zagara.

4° cosa bella – come vincere la prova costume senza dieta e senza ginnastica

costume intero

Sono le quattro del pomeriggio. Il ristorante è ormai vuoto, e lo chef ci porta personalmente i piatti da un’ora e mezza.
Eravamo entrati dicendo: “Siamo qui per il light lunch da 20€ per due portate”, e siamo adesso alla tredicesima. Lo chef sta tornando in cucina tutto allegro, ci ha appena versato un vino di quelli che ti dilatano le pupille tanto sono buoni, e ha tutto il piglio di quello che sta andando a prendere un altro piatto.
La cameriera lo ferma sulla porta prendendogli il braccio, e vedo che con l’espressione quasi spaventata gli dice sotto-voce: “Ma… ancora??”. E lui, soddisfatto e ad alta-voce: “Eh! La Sasha MANGIA!”.
Credo che quel sintetico “Figuriamoci se ci fermiamo adesso, la Sasha ha abbastanza palle e spazio nell’apparato digerente per andare avanti, oggi ci divertiamo!” sia stato uno dei più bei complimenti che io abbia mai ricevuto. Una medaglia d’onore che mi ha sì appuntato un amico, lo chef Cristiano Tomei (non posso raccomandare abbastanza il suo ristorante di Lucca, L’Imbuto), ma che vale lo stesso: perché non era per nepotismo, era per confermare che il mio appetito da Creosoto non necessitava di un’ambulanza pronta ad attaccare la sirena.

Ma era due anni fa.
E tutto è cambiato da allora.
Il mio metabolismo è cambiato.
Nessuno che mi dica più: “ma come fai a fare Cakemania e a non ingrassare mai?”. Tanti che mi dicono (Marcella, ad esempio): “Mobbasta però/ti stai appanzando/alla nostra età un po’ di attività aerobica fa tanto bene”.
Quel superpotere che avevo di bruciare una straordinaria quantità di calorie è stato gradualmente eroso. Non so quando sono venuta in contatto con la mia kriptonite: qualcuno deve avermela nascosta in dosi sempre maggiori dentro il cuscino come si fa con le corone di piume del malocchio; perché ci ho messo proprio un paio di anni a rendermi conto, una indigestione dopo l’altra, che 1) lo spazio nell’apparato digerente si è più che dimezzato e che 2) non ho più le palle, leggi il metabolismo, per mangiare una cupcake e non ritrovarmela poi saldamente ancorata sotto una chiappa.
E quindi sì, l’ho presa alla lontana, ma ora arrivo al punto: ho 46 anni e sono giunonica, e sono stata lenta a capire che non ho più il fisico che ho avuto dai 20 anni ai 44.
Ma ora l’ho capito, e ho anche capito che invece di deprimermi contando davanti allo specchio le pieghe di carne acquisite col tempo, la forza di gravità e le gioie della tavola, la strategia vincente è usare lo specchio solo per controllare se ho qualcosa tra i denti e per mettere il mascara quando è seratona romantica.
E la prova costume? Signora mia, glielo dico subito: INTERO.
No bikini, sì pezzo unico nero, di bel taglio e meglio se di lycra spessa (=contenitiva). Il mio (in foto) l’ho preso da Petit Bateau l’anno scorso, ma ho visto che lo fanno ancora uguale uguale – come dicono i francesi, è un incontournable.
In questo mondo dove si vedono solo due micropezzi su ogni forma (dal filo d’erba alla balenottera spiaggiata), scoprirete che i signori nostri apprezzano la discrezione del costume intero, e che lo trovano addirittura “molto sexy” proprio perché “da sbucciare” (cit.): come un giunonico frutto maturo.

Una cosa anche no – come se ne è andato Prince

prince-morto

Il 21 aprile stavo preparando la cena quando mi arriva un SMS da Nicolino: “È morto Prince.”
È stato confortante averlo saputo dall’amico che oggi sento di rado, ma con cui passavo pomeriggi rubati allo studio e affondati nel divano, a mangiare palacinche con la Nutella e a guardare gli inguardabili film “Purple Rain” e “Under the cherry moon”. Uno di quegli amici della giovinezza che ti rimangono davvero, non per logistica.
I due concerti di Prince che ho visto da ragazza a Milano sono stati i più belli della mia vita (forse erano pure a maggio); l’ho sempre detto, e continuo a pensarlo: ore e ore di jamming frenetico, uno spettacolo e un coinvolgimento che solo chi c’era può capire.
Quindi, grandissimo dispiacere per la perdita di un musicista fuori dall’“ordinario straordinario”, che andandosene a 57 anni ci ha privati di chissà quanti altri capolavori.
Prince era decisamente una persona strana, over-the-top, come vuole la regola del genio. Non ci si mette a questionare sulle abitudini di chi regala all’umanità pezzi come Sign o’ the times o Nothing compares to you. Le fissazioni per la Bibbia di Jeovah, per i tacchi a spillo e le camicie con gli sbuffi sono… meh, irrilevanti fatti suoi.
E se fossi coerente direi anche che anche la malattia che lo ha portato alla morte sono fatti suoi, come lo sarebbe per chiunque: un fatto privato, privatissimo, il più estremo, da vivere come ognuno meglio crede.
Ma mi contraddico, perché penso con ancora più forza che se sei famoso e hai l’AIDS, hai il dovere morale e civico di dirlo forte e chiaro e a tutti.
Non farlo è omissione di soccorso: perché non se ne parla più abbastanza, e i giovani in particolare non vedono sul loro radar il pericolo delle malattie trasmesse sessualmente o per via iniettiva.
Il rapporto 2015 della Lila dice che in Italia stiamo ancora registrando 6,1 casi di infezione da HIV su 100.000 abitanti all’anno.
Tutti casi perfettamente evitabili, con il buon senso portato dalla buona informazione.
Prince, negli anni della sua malattia, ha perso ogni ora l’occasione di fare coming out sul suo stato di salute, e molto probabilmente, con il suo esempio, di salvare delle vite.
E con queste occasioni perdute, penso abbia perso anche la stima di molte persone. La mia, di certo.

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