Top 5 del mese: 4 cose belle e una anche no – novembre 2016

Indice


curly wigsOgni mese vi racconto le cose che mi hanno colpito: nel bene soprattutto, ma anche nel male. Una sfida da Marsterchef, le unghie pittate, la Campagna, la mia tetta sinistra e quella cacca hanno segnato questo novembre 2016.

1° cosa bella – la mia sfida Masterchef

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Il 7 novembre ho capito cosa significa fare una sfida in esterna mescolata a un pressure test di Masterchef.
Ero stata chiamata a presentare con uno showcooking una linea di foie gras presso la cucina didattica centrale di Sogegross, uno dei più grossi gruppi italiani nella GDO.
L’idea era di spiegare come usare al meglio questa prelibatezza a una ventina di direttori di punti vendita con l’ausilio di assaggi guidati: un risotto, un filetto alla Rossini e tartine varie da servire agli ospiti.
Ho chiesto di poter essere affiancata da una cuoca professionista specializzata in cucina francese, ed è così salita a bordo la mia amica Sara Drovandi (che a Cakemania ha dato ricette meravigliose come la Tarte Tropezienne e la Galette des Rois).
Pochi giorni prima dell’evento abbiamo saputo che gli ospiti erano 50, non 20: un vero servizio da ristorante! Mi sono data una pacca sulla spalla da sola per aver coinvolto Sara, che prima dell’attuale Torteria di Genova ha avuto un ristorante chiamato nientemeno che Babette, dove preparava pure le famigerate cailles en sarcofage.
Quello che non sapevamo, era che teoricamente avremmo avuto una sola ora (UN’ORA) per scodellare 50 porzioni di risotto al foie gras e mele renette; 50 porzioni di pane fritto nel burro al tartufo sormontato da un filetto, una fetta di foie gras e salsa al Madeira; e 200 tra crostini e vol-au-vent di 4 tipi diversi.
Con due fuochi.
A induzione.
In una cucina da condividere con un altro chef e un altro presentatore.
Era infatti una giornata di presentazione di prodotti di eccellenza per il Natale, una staffetta di cose buone che giustamente avevano i loro slot temporali: un’ora a testa, appunto.
Ci siamo imposte come delle squatter ai colleghi che stavano tessendo le lodi dei loro salumi di selvaggina, e abbiamo occupato mezza cucina già durante il loro turno per “fare la linea”: a capo chino abbiamo affettato, sminuzzato, saltato, mantecato, spalmato come se Cracco e Barbieri ci stessero urlando “Daaaaiiii!” e “Oh, non voglio mappazzoni!”.
Io facevo la manovalanza bassa sbucciando scalogni, cipolle e mele mentre Sara puliva e creava 50 tournedos da un filetto intero grande come un bambino di 5 anni, le mani e il coltello che danzavano come un chirurgo del Bolshoi: uno spettacolo guardarla anche se solo con la coda dell’occhio!
Un fotografo e un cameraman giravano intorno alla cucina. I minuti correvano. Con una mano mestavo il risotto sopra i vapori di brodo, con l’altra immergevo i barattoli di foie gras nell’acqua calda per sciogliere la gelatina e fare uscire il blocco in forma.
Io che pensavo che avrei fatto la figa, mi ero portata i tacchi da infilare e il lucidalabbra da ripassare quando avrei dovuto parlare di come il foie gras potrebbero averlo inventato gli antichi egizi, e di come usarlo per fare una crème brûlée supersexy.
Invece mi sono solo tolta il grembiule di carta prima di prendere il microfono per raccontare che Feyel è la più vecchia casa produttrice in attività (fornitrice anche di Napoleone III), che Rossini è stato il primo chef-groupie della storia (entrava nelle cucine dei ristoranti per salutare la brigata, dando scandalo a inizi ‘800), che il foie gras va a nozze con i frutti rossi… mentre i piatti scavalcavano il pass e andavano agli ospiti che mugolavano di piacere e con le pupille dilatate chiedevano il bis.

feyel foie gras


Abbiamo finito come è scoccata la nostra ora e istintivamente alzato le braccia al cielo come se ce lo avessero comandato Bastianich e Cannavacciuolo!
Con l’adrenalina a 1001, abbiamo pure lavato un po’ di pentole per lo chef che veniva dopo di noi e che, porello, era tutto solo con i suoi tagliolini e il suo caviale.
Sara è tornata casa per preparare un’altra cena speciale (è una macchina da guerra, Sara) e io, tutta pompata da donna di spettacolo, ho raggiunto altre due amiche dalla manicure…

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2° cosa bella – le unghie

mani

Guardatemi. Sono laccata di Rouge Noir.
A Chiara ci sono voluti mesi di discussioni da divanetto “mi dica della sua infanzia” per portarmi a fare le prime unghie professionali. E Marcella ha pensato bene di oliare la mia riottosità con una bottiglietta di Champagne – come i Marines che convincono il compagno a farsi tatuare l’hawaiana sul petto col whiskey.

sasha carnevali
“Stai scherzando, hai portato il Moet per farci le unghie??”
amiche
L’ha portato davvero.

La prima volta che ho fatto la manicure è stato due mesi fa, e terrorizzata dal cambiamento del mio aspetto fisico (“sembrerò una battona da vicolo cieco!”) non mi sono spinta oltre uno smalto trasparente dato bene.
Nelle settimane seguenti ci ho pensato tanto, osservando le mani coraggiose di Chiara, della mia Mistress di Pilates, delle attrici, delle altre mamme ai giardinetti: a loro sta bene lo smalto colorato, non sembrano delle battone da vicolo cieco; perché io mi sento sotto il cono di luce di un lampione solo all’idea di pittarmi le unghie?
Perché sono stata educata alla frugalità.
Ai miei tempi non si entrava in un bar neanche per un bicchiere di minerale: 18 euro per una vanità come le unghie sono un’indecenza! Soprattutto, mio padre mi ha cresciuta fustigando ogni deviazione dalla modestia e dalla moderazione: e lo smalto colorato è VISTOSO. Su di me, almeno. Si vede: è visto-so.
Non riesco a non notarlo.
Scrivo questo battendo sulla tastiera del computer, che non è il marciapiede di un vicolo cieco, con gli occhi fissi sulle mie unghie invece che sulle lettere: ma ad ogni movimento delle dita mi dico “quanto sono belle!”. Sorrido apertamente e mi sorprendo di aver osato tanto.
Ma ho osato: sono stata coraggiosa!
Ho sfidato le mie paure e le ho conquistate: sono una donna cazzuta! Un giorno comprerò anche un vero rossetto invece di un lucidalabbra!

Ora però mi posso sdraiare sul divanetto e avere un bicchiere d’acqua? Va bene anche di rubinetto.

3° cosa bella – la Campagna

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Sembrava un film di Pupi Avati, la vendemmia di quando ero bambina.
La casa dei nonni in campagna era detta semplicemente “La Campagna” (“Questo materasso bucato lo buttiamo o lo portiamo in Campagna?” “Lo portiamo in Campagna, ovviamente”).
Negli anni ’70 ancora ci lavorava una famiglia di contadini a mezzadria, come se da un momento all’altro i Lanzichenecchi avessero potuto discendere sui nostri campi con i loro elmi a punta.
E quando era tempo di vendemmia, ai “nostri” contadini si univano quelli del vicinato per raccogliere l’uva tutta in un giorno: le vigne erano poche e, tra noi e loro, tutti i grappoli della Campagna arrivavano in poche ore nel giardino di casa per la spremitura.
Mi ricordo bene: gli stivali di gomma, le forbici grandi e pesanti per le mie mani, l’umido e i moscerini e il profumo di uva matura che fermenta non appena schiacci un chicco tra le dita, i richiami in dialetto tra un filare e l’altro, le carriole che passano a svuotare i secchi, la pazienza dei veri lavoratori per noi bambini sempre tra i piedi.
A pranzo, tutti seduti all’incastro di tavoli presi qua e là, sotto gli archi del fienile: vecchi e giovani, padroni, mezzadri, ospiti. Le donne tarchiate, dalle carni dure, che abbassavano sulla tovaglia a quadretti bianchi e rossi la polenta e il coniglio alla cacciatora, il pane e il buccellato cotti nel forno a legna.
Nel pomeriggio il torchio e i tini di legno si riempivano e sporcavano il giardino, tutti quegli acini che allappano perfino i ricordi.
Il vino che si produceva era imbevibile se non da chi lo aveva pigiato, e giusto perché l’autarchia rende tutto più buono; la nonna l’estate dopo cercava sempre di darmelo con le pesche e le fragole, in certe coppette di vetro verde, alla fine del pranzo. Ogni volta speravo che non le venisse in mente, di poter mangiare la frutta in pace, senza vino. Ma secondo lei un po’ di vino rosso ai bambini faceva solo bene.

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Ancora adesso a novembre ci troviamo tutti in Campagna: una volta festeggiavamo il compleanno del nonno, adesso quello di mio marito.
Non ci sono più le vigne, i campi coltivati, le mucche, i conigli e i polli, i covoni di fieno e l’odore di stalla, non ci sono più i contadini. Non ci sono i nonni al centro di ogni relazione.
Ma ci siamo noi.
Raccogliamo le castagne nel bosco (poche, piccole, ma nostre e quindi buone), facciamo la legna per il caminetto, andiamo alla Fiera di Ognissanti a guardare i trattori e a comprare le cipolle e l’aglio da piantare nell’orto (“Chi vuole un bell’agliaio lo pianta di gennaio, ma chi se ne intende lo pianta di novembre”).

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Quest’anno abbiamo portato anche Ninja, che da bravo gatto-cane di città non è mai stato più di 10 metri lontano da noi: non è mai scappato, si è solo arrampicato troppo in alto su albero facendo piangere i bambini (“è colpa dello zio se muore!” – al povero zio che è stato 45 minuti sotto il tiglio a cercare di farlo scendere). Dopo, esausto dall’incredibile avventura, e pentitissimo, ci è rimasto ancora più vicino.
C’era il sole, così abbiamo mangiato fuori, sotto gli alberi: polenta mescolata a turno da tutta la famiglia, pollo alla cacciatora, tanto vino rosso locale (fatto da altri, quindi buono davvero) e un Monte Bianco autarchico frutto di ore di sbucciatura delle donne di casa.

Le sbuccine delle mondine
Le sbuccine delle mondine
Monte Bianco destrutturato
Monte Bianco destrutturato

Siamo tornati in città con gli occhi pieni di colori bellissimi, con il pane buono, i cachi per fare una torta, le due uniche zucche che sono nate dalle 20 che avevo piantato in primavera: poche, piccole, ma nostre. E quindi buone.

4° cosa bella – la mia tetta sinistra

sasha carnevali

Lo scorso mese vi ho messo a parte (e volutamente in allarme) del mio rischio cancro al seno.
Dopo un simpatico prelievo con ago aspirato e una settimana ad aspettare i risultati devolvendo scene isteriche a chiunque entrasse nel mio raggio di azione, ho saputo che la mia tetta sinistra sta bene.
Come già quella destra ha prodotto un tumore, sì, ma benigno, quindi le quote rosa sono in perfetta par condicio.
Ora io ho capito che, di adenomi, sono una fabrichétta (ditelo con pronuncia brianzola da bottana industriale).
E non è che voglio gufarvela, ma se scrivo queste cose è perché vorrei tanto, vorrei proprio tanto che teneste a mente che 1 donna su 8 si ammala di tumore al seno e che anche gli uomini possono esserne colpiti.
Quindi: prenotate i vostri controlli, e seguite le direttive del Ministero della Sanità per le scadenze. Chiamate il numero verde della LILT 800998877 per qualsiasi informazione.
E fatele vedere, ‘ste zucche.

Una cosa che anche no – la cacca di cane

cacca di cane

Anche se la cosa che mi opprime di più in questo momento è l’elezione di Trump e la squadra governativa di cacche umane che quella cacca umana sta mettendo insieme, ho deciso di parlarvi di un altro tipo di cacca.
Quella che non raccogli se non c’è qualcuno che ti guarda.
Quella che non raccogli nemmeno quando qualcuno ti vede e ti dice “Beh, e quella cacca la lascia lì??” e tu rispondi “Non è mica del mio cane!” mentre la cacca sta fumando sotto il culo del tuo cane e il tuo cane raspa con le zampe come se potesse sotterrarla nell’asfalto.
Quella che raccogli nel sacchettino di plastica che appoggi sul muretto del mio cancello.
Quella che raccogli nel sacchettino di plastica e porti fino al cassonetto e la lasci lì, ai suoi piedi, invece di buttarcela dentro.
Quella che lasci davanti alla panchina dove sai che tre pensionati si siedono tutti i giorni per guardare il mare.
Quella che lasci sullo scalino della scuola elementare, così almeno 10 bambini  riescono a portarla a casa.
A te che semini queste cacche: sei proprio una merda. Scommetto che voteresti per Trump.